LA CAVA DI PIETRA

Brendola, posta nella parte occidentale dei Colli Berici, rivestiva particolare rilievo, per la “pria morta” o pietra tenera o “pria da sega”, presente tra i materiali che costituiscono l’ossatura rocciosa nella zona collinare. Si tratta di un calcare bianco con discrete caratteristiche di durevolezza e maneggevolezza lavorativa. Veniva estratta nel nostro paese ed in altre località come Costozza, Lumignano, Lonigo, Mossano, Longare, Arcugnano ecc. Oggi, quella che viene chiamata Pietra di Vicenza, continua ad essere estratta a S. Gottardo, Zovencedo, Sossano e Villabalzana.

“Le sommità montuose di Brendola sono di pietra calcarea posta in strati paralleli all’orizzonte. È una pietra tenera, assai usata nelle costruzioni architettoniche, lodata, tra gli altri, dallo Scamozzi. Più nota è quella del Covalo, una cava antichissima nel pendio del monte di S. Gottardo, ruinata, in tempi non molto lontani, nella parte anteriore e accessibile soltanto alle due estremità della bocca. La pietra di Brendola, conosciuta nel Vicentino et se vuolsi anche nella Venezia, non è ignota nella Lombardia. Il Pungolo ricorda, com’essa fosse adoperata nel 1878 in una edicola, contenente un bel gruppo del Crippa, fatta costruire nel Cimitero di Milano dalla famiglia Fusetti.”

Questo scriveva nel 1879 Bernardo Morsolin nel libro “Brendola, ricordi storici”. Questa premessa per introdurre alcune notizie sulla priara, sul lavoro ad essa collegato e sul significato che questa parte di Brendola può ancora rivestire per la comunità.

“LA PRIARA E I TAJAPIERA”

“La priara”, luogo noto a tanti brendolani, è raggiungibile da Via Piave o da Via Isonzo, assurda ed anacronistica denominazione corrente delle strade d’accesso. È sempre stato un luogo di richiamo per tante persone ed, in particolare, per i ragazzi. Posta in prossimità con il confine del Comune di Zovencedo, al limitar del bosco, la vecchia cava è un’ottima meta per una passeggiata domenicale.

Il capitello di S. Valentino è il punto di partenza ideale per una passeggiata fino alla priara (ricordo il libretto di Beppino Storato: “S. Valentino una contrà- un capitello“). Dopo aver parcheggiato l’auto nei pressi della famiglia Pillon, si sale lungo via Piave (da sempre via Costa). Al termine di una breve ed erta salita si nota, sulla destra, casa Zaccaria, posta in splendida posizione a controllo del Palù. È il primo fabbricato di una serie di case poste ai lati della strada, abitate da famiglie di antica presenza. La denominazione Via Costa ed i cognomi Squaquara, Frigo, Rigolon, Bisognin, ed altri erano presenti negli estimi del 1546. Continuando a salire, in corrispondenza dell’angolo che si forma tra via Piave e l’entrata alle case Caneva e Soldà, esisteva un grande e magnifico lavandaro, eliminato attorno all’anno 1975. Poco più avanti sulla sinistra si stacca via Pasubio, antica strada comunale, che porta in contrà Lavo, dove esiste una magnifica fontana, nascosta sul fianco di casa Marzari. La nostra panoramica strada prosegue fino all’agriturismo Bedin, dove è ancora possibile gustare pane, salame e un buon bicchiere di vino per compiere, poi, l’ultimo balzo in direzione di casa Tadiotto, posta a poche centinaia di metri dalla priara. L’imbocco è in parte franato, ma la cava è visitabile con precauzione ed attenzione. È consigliabile ritornare per la vecchia strada che si collega a Via Isonzo (Marascion) dove abita ancora, dal 1546, la famiglia Giacomazzi, proprietaria per tanto tempo della cava. Alla fine di Via Isonzo, sulla destra casa Lovato, affiancata da uno scaranto e con un lavandaro davanti alla porta, merita uno sguardo prima di raggiungere in pochi passi la nostra auto.

Probabilmente l’apertura della cava risale al periodo romano. Il tentativo di risalire nel tempo, oltre le date citate dal Morsolin, ha portato a Scamozzi. Vincenzo Scamozzi, architetto e teorico dell’architettura italiana (Vicenza 1552 – Venezia 1616). Formatosi nello studio dell’opera del Serlio, cui fu avviato dal padre Giandomenico, e del Palladio, progettò giovanissimo (1569) il palazzo Godi a Vicenza (costruito successivamente da maestranze locali con notevoli modifiche).

Negli anni 1574-1588 eseguì la villa, detta Rocca Pisana a Lonigo (1576), generalmente ritenuta il suo capolavoro, la barchessa della villa Capra a Vicenza (1580), la chiesa di San Gaetano a Padova (iniziata nel 1581), la scena del Teatro Olimpico a Vicenza (1584). Lavorò alla stesura del trattato “Dell’idea dell’architettura universale“, che, previsto in dieci libri, fu edito nel 1615 a Venezia in due gruppi di tre libri ciascuno. Il trattato ha grande importanza per la coscienza nuova, rispetto ai trattatisti precedenti, che l’architettura non ha più come fondamento l’imitazione della natura, bensì pure forme mentali. È in quest’ultima opera che trova apprezzamenti la pietra brendolana. Certamente la cava era funzionante al tempo dello Scamozzi che, lavorando a Lonigo, ha visitato Brendola. Gli attuali proprietari sono la famiglia Nichele di Grancona e l’impresa De Facci di Vicenza.

I fratelli Nichele hanno acquistato metà della cava dai fratelli Ermando, Vittorio e Albino Giacomazzi, che ricordano ancora bene come il padre Angelo ed il nonno Bernardo lavorassero la pietra nella priara. La loro attuale casa in via Isonzo mostra numerosi manufatti e colonne in pietra estratta dalla priara. La famiglia Giacomazzi risultava proprietaria dal 1546 e continua ad essere residente nello stesso luogo, come negli estimi del 1546 che riportano:

CONTRA’ DE OSA (OSSA), CHE DIVENTERÀ CONTRA’ DELLI GIACOMAZZI O

COVOLETTI, NELLA MAPPA D’AVVISO DEL 1809.

COLLOCAZIONE: territoriali c.479 v

NOME: Tonin Jacomazo

TIPO DI EDIFICIO: “una parte de casa de copo cum una tezeta da pagia de un caseto cum ara orto…appresso Biasio Jacomazo pro indiviso cun dicto Biasio”.

VALORE IMMOBILIARE E LOCATIVO:29 ducati.

COLLOCAZIONE: territoriali, carta 480v.

NOME: Biasio Jacomazo.

TIPO DI EDIFICIO: “una parte de casa de copo pro indiviso cun Tonin suo barba et un caso de teza da pagia pro indiviso cum fratello Antonio ara orto”.

VALORE IMMOBILIARE E LOCATIVO: 10.32 ducati.

L’impresa De Facci ha acquisito metà della cava dal Signor Ugo Faccio di Montecchio Maggiore, zio dello scultore Sammartin e negli anni ’80 chiese la riapertura per estrarre ghiaia e materiale per fondi stradali. Precedentemente la proprietà era della famiglia Leonardo Bisognin. In un recente colloquio con Leonardo, nato nel 1938, vengo a conoscenza che aveva acquistato la priara e la casa dove attualmente abita in via S. Valentino dalla Famiglia Ziggiotto, il padre di Elena moglie del vecchio Antonio Marana.

Sopra la porta di casa, in una piccola lastra di pietra è incisa la scritta “1838 fecit”. Leonardo dichiara che attorno agli anni ’60 si era smesso di estrarre pietra a causa dell’impossibilità di reperire blocchi di discrete dimensioni boni, cioè senza vene friabili. Nel periodo che “Nardo”, così chiamato da quanti lo conoscono, fu proprietario avvenne un fatto singolare. Un giorno del 1972, salito con la moglie ed il figlio nel bosco che circonda la priara per fare legna e pulizia dei rovi, improvvisamente sentì il suo cane abbaiare come una furia e nello stesso tempo il figlio non rispondere ai suoi richiami. Il cane stava immobile sopra l’apertura della cava e sembrava guardare l’entrata posta 15 metri più in basso.

Come un lampo Leonardo intuì che il figlio doveva essere precipitato e, imboccato un sentiero, rinvenne il figlio a lato della bocca della cava, immobile ed esanime. Con tutta la velocità e l’angoscia del momento sollevò il figlio per raggiungere il vicino pronto soccorso di Montecchio Maggiore.

Quando il medico uscì per informarlo sulle condizioni cliniche del figlio mai avrebbe pensato ad una felice conclusione. Le parole “non è successo niente, nessuna frattura, nessun problema, sta bene, può portarselo a casa” furono una liberazione ed una gioia unica. Da quel giorno il figlio venne battezzato con il nome di “paracadutista”. Andando ancora a ritroso la famiglia Frigo era venuta in possesso della proprietà e Giuseppe Frigo pensò di recuperare senza fatica il blocco di sette metri per sette metri che fungeva da pilastro divisorio dell’entrata. Da questo momento non sono riuscito a chiarire e conoscere i nomi dei proprietari.

Le possibilità più realistiche sono che, in passato, la famiglia Giacomazzi possedesse l’intera priara o in alternativa che i “Pillon”, abitanti in contrà del Covolo, dello Scaranto Corbato e delle Grotte come documentato dall’estimo del 1670 e come qualcuno del luogo sostiene, fossero storici comproprietari. 

La mansione di cavadore non rivestiva una funzione sociale importante, come quella degli scalpellini o degli scultori, quando nel passato le varie mansioni si svolgevano in stretta vicinanza.Dall’ormai lontana età comunale i tajapiera che comprendevano scalpellini e scultori facevano parte della Fraglia dei costruttori insieme a muratori e fornaciai.

Fraglia o corporazione di mestiere che presentava rigide regole di partecipazione e di lavoro, oltre che obblighi di ordine religioso e di classe, tradotto in un primo statuto rimastoci della Fraglia, datato 1407 in Vicenza.

I personaggi più citati e noti tra i tajapiera sono, quasi tutti, della valle del Chiampo, di Calvene, di Pove del Grappa, di Lumignano e Nanto. Con la seconda metà dell‘Ottocento l’attività estrattiva del Vicentino giunse all’apice del suo sviluppo. L’aumento della popolazione, le numerose cave esistenti, la ricerca di un lavoro stabile anche se faticoso, favorirono l’aumentare dei cavadori, tajapiera, lustradori, scalpellini e la produzione di materiali per l’edilizia: davanzali, mensole per grondaie, stipiti, scalini, vasche, lavelli, pile per pestare, archi, fregi, colonne, capitelli, lapidi, portali, altari. Nelle case meno povere, infatti, s’incominciava a curare i dettagli ed in particolare la porta centrale, spesso sormontata da un arco con due spalle in pietra. Sulla chiave di volta dell’arco si collocava un fregio con la data, con lo stemma o un motivo ornamentale. Le finestre, distribuite con ordine e quasi tutte delle stesse dimensioni, erano sempre bordate da una fascia di pietra. Il fogolare, centro di ogni casa, era costruito con la base e le spalle sempre in pietra. Alla fine dell’Ottocento nasce la moderna industria del marmo con la famosa ditta Zanconato di Chiampo, fondata nel 1850 e la Società Anonima Industria Marmi Vicentini costituita ne11906.

La priara era diventata solo una cava di scarso valore perché la pietra veniva trasportata e lavorata altrove, presso i laboratori di Zoncato di Altavilla, Morsoletto di Vicenza, Falda di Altavilla, Peotta di Alte Ceccato. La priara, rifugio antiaereo durante la guerra e la ritirata tedesca, ha fornito materiale da costruzione per i paesani. Abbandonata da qualche tempo, circa 20 anni fa, costituiva una fonte di reddito e lavoro in un passato lontano e recente. In ogni caso era un simbolo riconosciuto e visibile di una comunità che sapeva apprezzare, utilizzare, sfruttare le risorse locali per le proprie necessità e per un commercio con i signori della città.

Non bisogna dimenticare che tante pietre della ormai nota e celebre Chiesa Incompiuta di Brendola provengono proprio dalla dimenticata priara.  

Parlando con Bemardino e Giorgio Tadiotto, quest’ultimo abitante in via Piave in prossimità della priara, emergono racconti della loro infanzia quando con gli attrezzi prestati dagli operai costruivano elementi utili per la casa come secchiai e vasche (“albio”). Ricordano anche il passaggio davanti casa di buoi che trainavano blocchi di pietra lavorata. Alla domanda se conoscevano da quanto tempo la cava funzionava mi hanno risposto che l’unica cosa, a loro certa, era il ritrovamento di alcune monete, datate 1799 ed altre del regno Lombardo Veneto, rinvenute davanti all’imbocco. 

Più ricco di particolari è il racconto di Mario Maran, nato nel 1928 a S. Got-tardo, residente a S. Valentino. Racconta di aver lavorato in priara prima dell’ultima guerra mondiale insieme a Gelindo, Radela e Conte tutti da S. Gottardo. Partivano la mattina presto, a piedi, in direzione della cava per tornare a casa la sera con il buio, rotto solo dalla loro lampada a carburo. Riferisce di un crollo all’imbocco della cava, avvenuto attorno agli anni ’20, con la drammatica morte di un lavoratore e la conseguente sepoltura dell’uomo con il suo carro da trasporto sotto tonnellate di pietra e terra.

I cavadori lavoravano a cottimo, meglio venivano pagati in base alle dimensioni dei blocchi di pietra estratti e consegnati.

Il pagamento avveniva davanti ad un bicchiere di vino presso l’osteria al Melaro, sulla vecchia strada da Lonigo a Vicenza e si aggirava sulle 13 mila lire al metro. Problematico era il trasporto delle pietre dalla cava ad Altavilla presso la ditta Zoncato, acquirente principale di quanto veniva estratto. Parecchi blocchi di questa pietra bianca sono stati utilizzati per la costruzione di una chiesa in Treviso. Nel periodo post bellico i camion, “i treassi doge”, residuati bellici lasciati dagli americani, erano i camaleonti di via Piave e di via Isonzo. Più volte è successo che lungo quest’ultima strada finissero a gambe all’aria lungo le ripide scarpate con il loro pesante carico. Dentro la cava, lungo il percorso che portava alla parete di lavoro, erano distribuiti una serie di ganci dove le lampade venivano fissate, per funzionare contemporaneamente come illuminazione e sistema di allarme. In cava regnava l’ordine che quando la lampada a carburo si spegneva tutti dovevano fuggire velocemente all’aperto per non rimanere sepolti vivi. Personaggio notissimo agli addetti ai lavori, riconosciuto come il vero padrone della priara, era Ettore Nicoli, per anni responsabile dell’estrazione e competente in materia. A dare man forte era presente il fratello Giuseppe. A sentire il racconto dei fratelli Armando e Marino Bon il lavoro dei cavadori era particolarmente faticoso e pesante. Un loro vicino di casa, Angelo Frigo, provvedeva frequentemente con i buoi al trasporto dei grandi blocchi di pietra lungo la terribile pendenza della strada che scendeva dalla priara. Il carro procedeva con il freno completamente tirato e rallentato da catene, fissate ai bordi della carreggiata su pioli, posti ad intervalli regolari nei tratti più ripidi.

Raccontano che Angelo, una volta scaricato il blocco a S. Valentino, si fermava all’osteria da Pillon per un buon bicchiere di vino ed i buoi talmente ammaestrati, tornavano a casa da soli ad un comando del padrone. Inframezzate alle notizie ed ai ricordi di Armando Bon, artigliere con croce al merito di guerra, vengo anche a sapere che la priara fu occasionalmente utilizzata come balera. Nei giorni di festa una fisarmonica, quattro fiaschi di vino richiamavano tanti giovani del tempo, che con pochi spiccioli in tasca non potevano frequentare locali e sale da ballo. Marino Bon aggiunge che da bambini spesso raccoglievano i marroni nel bosco vicino alla priara e si trasferivano direttamente al suo interno per cuocerli. Il camino di pietra della loro casa è stato realizzato con materiale di scarto dei grossi blocchi estratti.

La famiglia Bon è orgogliosa del pozzo posto davanti casa e costruito nel 1910. Un lavoro dimenticato e pesante era proprio quello di andare ad attingere l’acqua, presso gli scaranti e le sorgenti, in una zona carsica come il pianoro del “Marascion”. Anche i fratelli Giacomazzi raccontano l’opera del padre Angelo per avere a disposizione acqua. Riuscì a costruire a cento metri da casa una fontana, ora diventata Fontana Proetta. Per noi tutti abituati all’acqua corrente dei rubinetti domestici è difficile capire il valore di tale elemento. Un tempo “andar per acqua” era un lavoro pesante e riservato prevalentemente alle donne. Partivano in direzione della fonte con due secchi di rame e bigolo (attrezzo tipicamente veneto, era costituito da un arco in legno di corniolo o nocciolo con due ganci in ferro alle estremità). Davanti alla cava dove venivano poste le pietre squadrate in attesa della consegna, si era formata una montagnola di schegge e frammenti che di tanto in tanto veniva spinta giù lungo il pendio del colle.

Parlando con Antonio Fornaro, ricordato con nostalgia per le sue doti e per il suo impegno come dipendente comunale, vengo a sapere che nel 1941 all’arrivo del nuovo parroco di S. Vito Dal Ben don Gioacchino, molti blocchi stratti dalla priara furono accatastati per parecchi anni presso l’attuale fattoria Zaccaria, destinati alla costruzione dell’attuale chiesa di S. Vito. Il racconto si arricchisce anche di altri particolari narrati da Alberto Rigolon, classe 1927, lavoratore di priara per 10-12 anni. Aveva iniziato la propria attività durante la guerra e ricorda ancora i rifugiati all’interno della cava. Il gruppo di lavoro si aggirava sempre sulle 10-12 unità ed il pagamento avveniva sempre a metro cubo, ad opera dei soliti fornitori che abbiamo già nominato.

Ad integrazione di quanto sappiamo mi riferisce di aver lavorato per un periodo di circa sei mesi per il laboratorio dell’avvocato Fiocco di Altavilla. Ricorda di aver lavorato alcuni giorni per caricare un treno speciale con un carico di pietre per un totale di 300-400 metri cubi. Fu in questo tempo che Angelo Rodighiero, emigrante in Belgio tornato a casa, tentò di introdurre con pessimi risultati nuove tecniche di estrazione in sostituzione del vecchio piccone e della consolidata manualità. La tecnica d’estrazione comportava tempi molto lunghi, variabili in relazione alle dimensioni del blocco da staccare. Individuata la sezione e le misure del pezzo si lavorava con un piccone, dal manico che veniva allungato con l’avanzare dello scavo eseguito alla base del banco. In seguito si preparavano le cugnare ovvero dei solchi di 10-20 cm dove venivano conficcati dei cunei di legno con una mazza del peso di sette otto chili e successivamente venivano bagnati, nuovamente percossi fino a determinare il distacco del pezzo. L’estrazione di un blocco di 5 mt, a volte, richiedeva anche un mese di lavoro della squadra. I cavadori consumavano il frugale pasto in priara. A volte il piatto principale si riduceva ad un pezzo di cotica di maiale abbrustolita sul fuoco acceso all’imbocco della cava, accompagnato da acqua fresca raccolta dagli scoli della volta e che filtrava dalla pietra.

La rimozione del blocco di pietra avveniva con l’utilizzo di grosse leve e due binde a disposizione. La binda, strumento elevatore simile ad un cricco, permetteva lo spostamento del blocco con meno fatica. Lo stesso strumento era utilizzato in molti altri lavori del tempo come sollevare la trebbiatrice per sistemarla in “bolla”, spostare carri ed altri grandi pesi. La binda per essere azionata richiedeva tre quattro persone contemporaneamente impegnate a far girare l’asta di sollevamento. Riferisce, sempre Mario, con orgoglio, che nel dopoguerra i cavadori contavano anche su cricchi a tre marce, oltre alle due binde. La seconda guerra mondiale aveva provocato un aumento delle necessità di pietra ed altri materiali estrattivi, per la icostruzione del paese e dei danni subiti dai bombardamenti. Immediatamente prima e subito dopo la seconda guerra mondiale fiorirono anche le torbiere del Lago di Fimon e della pianura di Brendola o “Palù e delle Ca’ Vecchie”. A volte succedeva che ad estrarre i vari materiali fossero sempre gli stessi uomini, che alternavano la priara alla torbiera o alla miniera di carbone al “Gazzo” di Grancona.

L’utilizzo di materiali locali per la costruzione delle case e degli edifici non è più così diffuso come nel passato. Oggi vediamo strane composizioni e variegati abbinamenti nell’edilizia, pietre più simili a piastrelle che a sassi, forme poco intonate al paesaggio, coperture di tetti adatte a paesi del sud, scomparsa di colori tipici. Rimane ancora qualcuno innamorato ed amante della pietra di Vicenza? Rimane ancora qualcuno in loco in grado di lavorare, produrre forme e particolari in pietra? Silvano Mastrotto e Gianfranco Tancredi risultano essere gli unici artigiani in Brendola a lavorare la pietra. Sentiamo insieme la storia di Gianfranco.

Nato il 25/11/1940 a Valdimolino di Montecchio Maggiore, dopo aver completato le scuole elementari e aver frequentato la “sesta” serale, arrivò quasi per caso alla scultura. Nel lontano 1952 al suo paese decisero di costruire un monumento ai caduti della guerra ed incaricarono Wladimiro Dalla Barba, esperto intagliatore, a realizzare l’opera. Fu proprio l’incontro e l’invito di questo personaggio a spingere il nostro ragazzo ad entrare nel mondo della pietra e del marmo. Incominciò a lavorare presso la ditta Bruno Peotta di Alte Ceccato.

Nel 1953, oltre a lavorare, s’iscrisse alla scuola serale, della durata di tre anni, di Disegno e Plastica a Cornedo, a cui fece seguire altri tre anni di scuola “Arte e Mestieri” a Vicenza. Gianfranco tiene a sottolineare che la scuola è stata una tappa fondamentale che andava ad irrobustire quelle doti naturali che spiegano tante realizzazioni e risultati. “Dio distribuisce i suoi doni in maniera diversa” è la sua profonda convinzione a spiegazione della bravura e dell’abilità.

Nel 1968 si mette in società con Silvano Mastrotto ed il loro sodalizio dura fino al 1997, quando Gianfranco decide di tornare a casa in via Pacinotti, al suo laboratorio. Entrare nello spazio di lavoro di Gianfranco, con i tanti blocchi in attesa di essere terminati, fa un certo effetto. Le sculture comunicano immediatamente un senso di disponibilità a farsi osservare e fanno provare intense sensazioni. Un miscuglio di marmi e sagome, uno strato continuo di polvere, ritagli appoggiati negli angoli sono gli elementi di arredo del laboratorio perché le opere partono velocemente per la loro destinazione. La testimonianza del lavoro è l’elenco che segue:

VILLA S. CARLO: S. Giuseppe, S. Francesco e Madonna di Lourdes

COSTALUNGA: Facciata della Chiesa con S. Brizzio e S. Bertilla

TONEZZA: Facciata della Chiesa con S. Giacomo e S. Cristoforo

GRANCONA in Chiesa: S. Pietro e S. Paolo

LONIGO in Duomo: S. Pietro e S. Paolo

S. VITO in Chiesa: S. Bertilla

ALTAVILLA: Monumento al Donatore

S. GERMANO: Monumento al Fante

GRANCONA: Monumento all’Alpino

MONTECCHIO MAGGIORE: Madonna con Bambino per Suore di clausura.

 Tante statue da giardino ed animali completano la lista.