CONCLUSIONI

Le architetture che formano le pareti delle strade e delle piazze di un centro storico,i castelli, le torri, le colombare, le chiese, le ville che punteggiano un ambiente naturale sono libri aperti, che noi leggiamo senza cercare, ma che possono essere difficili alla comprensione di tutti. Sono essi “beni”offerti “gratuitamente” alla nostra vista, per dare gioia e ricchezza al nostro spirito. Se presenti nel nucleo della borgata in cui siamo nati e cresciuti e in cui abitiamo, li abbiamo veduti fin dai giorni della più tenera infanzia, ci hanno seguito nel corso della vita. Essi concorrono a costituire l’ambiente urbano o a formare un tutt’uno con il paesaggio che da sempre i nostri occhi hanno ammirato; immagini care come quelle dei nostri familiari, dei nostri amici migliori, compenetrate nella natura, da quella natura ineliminabili.

Codesto ambiente paesaggistico è entrato come una componente forte e determinante nel nostro spirito, è divenuto parte integrante di noi stessi. Quando da quell’ambiente ci allontaniamo per trasferire altrove la nostra residenza, ad esso corre di continuo il nostro pensiero. Il luogo dell’infanzia, della giovinezza, forse della prima maturità condensa ricordi tristi e lieti, ci parla “maternamente” con la carezza di una nostalgia dolcissima. Di quell’ambiente sono immagini incancellabili: chiese, campanili, ville, corti e case comuni.
Sono i protagonisti silenziosi, ma imperiosi della scena nella quale ciascuno di noi svolge il ruolo che gli è proprio. Essi hanno contribuito a formare il nostro carattere, a fare di noi quello che attualmente siamo. Ad essi andiamo debitori per il molto che ci hanno dato e seguitano a darci. Il sito plasma le persone.

E’ ovvio che la persona preparata accoglie immediatamente il messaggio che essi trasmettono; ma la persona impreparata, quel messaggio non lo recepisce. Il “bene” ch’essa è solita vedere, magari mattina e sera, le è estraneo, del tutto indifferente, come un masso informe di pietra, come i rovi di una siepe. A chi le dice che quel bene è un tesoro da difendere e custodire con amore, risponde che a lei nulla ha mai dato. Certo: non gli ha offerto un utile materiale immediato come potrebbe offrire un posto di lavoro in una fabbrica, né può essere paragonato alla ricchezza rappresentata da un pozzo petrolifero, da un giacimento di carbone o di ferro, ovvero da una cava di marmo pregiato.

Ma perché quel “bene” diventi “suo”, perché egli, spiritualmente se ne “appropri”, perché ne apprezzi il valore estetico e l’importanza storica entro le oscure vicende di secoli remoti, egli deve conoscerlo. Quel “bene” d’improvviso uscirà dal buio della sua ignoranza per illuminarsi di una luce affascinante, acquisterà vita straordinaria, assurgerà a simbolo d’un periodo nel quale la borgata venne coinvolta in eventi d’ampia portata. Da quella conoscenza, nascerà un senso di amore geloso, scatterà prepotente il bisogno di difenderlo e di restituirlo alle sue condizioni originarie. Avverte che quel “bene” è il segno della nobiltà della sua terra, capace di agganciarlo ad un passato di gloria. Esso dice che sulla sua terra è passata l’ala della storia, che i suoi antichi abitatori ad esempio, sono stati protagonisti o comparse di vicende connesse alla grande epopea della Serenissima Repubblica di S. Marco. Allora capirà che salvando quei “beni” – a Brendola: le ville, le torri, le colombare, le case rurali, -restituirà alla cultura del suo paese i segni della grandezza antica e un domani vedrà giungere anche di lontano storici ed esteti a studiare e ad ammirare. E sarà fiero d’essere figlio di Brendola: centro ricco d’arte e famoso per antichi eventi; sarà lieto di aver concorso anch’egli a ricuperare ciò che senza il suo atto d’amore sarebbe andato penosamente perduto: perduto per sempre!